Dal Salento contro il TAP

Lunedì (20/03) la ditta che vuole costruire il TAP (Trans Adriatic Pipeline – un gasdotto sotto marino che serve a importare in Italia, attraverso il Salento e la Puglia, il gas proveniente dall’Azerbaijan) aveva cominciato il lavori per l’apertura del cantiere.

Per quello che si può leggere sui giornali, non appena si è sparsa la notizia dell’inizio dei lavori, subito un primo gruppo di persone (anarchici si legge sui media), si è presentata sul posto determinata a bloccare i lavori. E così hanno fatto, sedendosi in gruppo davanti l’unico cancello di accesso all’area del cantiere) almeno fin quando non sono stati portati via di forza dalla sbirraglia giunta subito in soccorso del devastatore di turno.

Ieri (21/03) una nuova protesta è scoppiata sempre davanti al cantiere, che stavolta ha visto aumentare i numero dei manifestanti che hanno fronteggiato per qualche tempo lo schieramento di celerini. Oggi invece la notizia che il prefetto ha bloccato i lavori del cantiere.

Questo per il momento ciò che si può leggere sui giornali.

Consapevoli che il blocco dei lavori da parte del prefetto non è una vittoria definitiva (sarebbe ingenuo pensare che basti questo per evitare che il cantiere prima o poi riapra) salutiamo con gioia queste azioni di contrasto a chi distrugge e devasta i territori e le vite di chi li abitano.

Di seguito riportiamo il testo di un volantino distribuito durante questi giorni.

Adesso tocca a noi!

Il tempo della mediazione è finito.
L’avvio dei lavori di Tap, con l’espianto dei primi quattro alberi dall’area di cantiere dove dovrà essere realizzato il pozzo di spinta, ha strappato il velo – nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno – alle ultime illusioni di chi credeva che la via burocratica, istituzionale e giudiziaria, potessero realmente bloccare i lavori. Che questo genere di opposizione non potesse fermare un’opera gigantesca, che coinvolge più Stati e potentati economici fortissimi, era chiaro fin dall’inizio, così come era chiaro che qualche amministrazione comunale e qualche ricorso in tribunale non potessero bloccare un’opera considerata «di interesse strategico nazionale».
Ora che la Legge si sta schierando con se stessa, ora che le amministrazioni comunali dovranno riallinearsi alle direttive degli organi superiori e sono state richiamate all’ordine, ora che il governo regionale, novello Ponzio Pilato, ha lavato per bene le sue mani per sentirsi ed apparire incolpevole, non possiamo più farci illusioni. Non basterà più appellarsi alla sopravvivenza di alcuni ulivi per fermare le ruspe difese da un apparato di vigilanza privato. Non servirà a nulla affermare che si deturperanno le coste per impietosire imprenditori che hanno il cuore a forma di salvadanai.  Non avrà senso puntare sullo sviluppo del turismo per far ragionare un mercenario a capo della sorveglianza di Tap. Non sarà opportuno chiedere alla forze dell’ordine di intervenire a tutela dei cittadini: sarà lo Stato a chiedergli di tenere d’occhio i cittadini.
Una sola strada è rimasta percorribile: quella del nostro intervento diretto, a tutela del territorio che viviamo, della nostra salute, delle nostre vite e della nostra dignità. Metterci in mezzo in prima persona per bloccare un’opera inutile e nociva, ennesimo progetto di devastazione calato a forza sulle nostre teste per i soliti interessi di pochi. I lavori veri e propri sono appena partiti e, fino alla completa ultimazione, saranno ancora lunghi. Possiamo ancora fare tanto per bloccarli e rendere difficoltoso il loro progetto costruito sulla nostra sopraffazione.
Ci saremo tutti?
[volantino distribuito il 21/3/17 davanti al cantiere TAP e a Melendugno]
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Provocazione poliziesca allo Janara Squat

Da una nota dei compagni:

Due righe sui fatti di questa notte.

Lunedì 20 Marzo c’è stato il primo di quattro appuntamenti della rassegna cinematografica “Quei lunedì da spararsi… un Film in Compagnia!”. Un’iniziativa “semplice” ma allo stesso tempo molto partecipata. Una volta terminata la proiezione del film ci si è trattenuti, in sintonia con le finalità dell’iniziativa stessa, per passare un po’ di tempo tra le decine di partecipanti, al di fuori delle logiche della merce e dell’autorità. Anche in attesa della mezzanotte, per festeggiare il compleanno di un Compagno, godendosi un “caciocavallo impiccato”, ci si è trattenuti più del solito.

Verso l’1.30, quando ormai eravamo sul punto di andare a letto, ecco presentarsi una pattuglia dei carabinieri nel vicolo. L’auto raggiunge l’altezza del portone della Janara e ne vien fuori un carabiniere sbraitante che al rifiuto di fornire le generalità da parte dei presenti all’interno dello Squat, con un calcio spalanca la porta che era socchiusa, varcandola. Resosi conto dei numeri non propriamente a suo favore, arretra continuando a sbraitare le sue intenzioni di identificare tutti i presenti.

Visto il momento concitato i Compagni provvedono a chiudere e barricare le entrate, mentre il “fedelissimo” continua a prendere a calci il portone. Il suo collega chiama rinforzi, e di li a poco giunge una volante della polizia.

I quattro bruti sfoderano i manganelli che strusciano avanti e indietro sulle grate delle finestre del piano terra, ansiosi, per loro stessa ammissione, di utilizzarli. Naturalmente si sprecano i commenti sul “mettim’l’ fuoc’ e jammu cenn’”

Dalle finestre comincia una “trattativa”: i compagni provano a spiegare a quale porta hanno bussato ai quattro cerebrolesi, che sostenevano di essersi presentati per una segnalazione per “schiamazzi”, cui pare non badino quando essi provengono da alcuni dei locali amici (delle guardie così come dell’amministrazione) tutti i fine settimana molestando seriamente i residenti della zona.

Si invita a telefonare in Questura, dove qualche dirigente li avrebbe senz’altro indirizzati su più miti consiglio. Dal canto loro i quattro insistono che senza l’identificazione di tutti i presenti non hanno intenzione di mollare l’osso e che stanno aspettando l’intervento dei pompieri per buttare giù la porta.

Nonostante provino a darsi un tono e apparire meno servi di quel che sono, sono costretti più che a vedere esser buttata giù la porta, a buttare giù dal letto i loro dirigenti con una telefonata nel cuore della notte, che, come previsto, li invitano a tornare a molestare automobilisti o a prendere caffè “interforze” al Bar di Gaetano. Alla Janara Squat, perseverando su questa strada, potrebbero incorrere nell’ennesima “Caporetto” o escalation pericolosamente incontrollata.

I prodi in divisa, eseguono alla lettera l’ordine, e verso le 3.00 i due carabinieri si presentano al Bar di Gaetano, dove trovano cinque compagni che erano andati a prendere qualche cornetto alla crema. Qualcuno viene riconosciuto, e la provocazione ricomincia. Si chiamano rinforzi e questa volta i compagni sono costretti a fornire i documenti, dati i rapporti di forza a proprio svantaggio.

La notte si chiude così intorno alle 4.15. Ma quel che ci preme sottolineare è l’aria che tira in città da qualche tempo, e di cui l’episodio è espressione; episodio che si somma al “normale controllo di polizia” ai danni di due compagni che camminavano a piedi nei pressi dell’Arco Traiano con uno zaino colmo di libri alla vigilia della presentazione di un volume sulla rivoluzione russa, eseguito con due volanti della polizia ed un duo di Digos, solo la scorsa settimana; i pedinamenti e gli appostamenti sotto casa; le intercettazioni telefoniche; la piombatura di tutti i tombini presenti sul tragitto percorso dalla Ministra Fedeli quando ha inaugurato l’anno accademico del Conservatorio Musicale, condita con il piantonamento di via Niccolò Franco per un’ intera giornata da parte delle forze dell’ordine; le cariche di qualche mese fa contro una manifestazione pacifica durante la venuta del ex premier Renzi, con relativa interdizione di un’ampia fetta di città e la soppressione della libertà di manifestare… E questo solo per restare a ciò che hanno vissuto i compagni! Il discorso si può tranquillamente allargare ai “controlli antiprostituzione”, alle deportazioni e alla caccia di migranti, alle ordinanze antiaccattonaggio, all’assistenza ai tecnici della Gesesa nel distacco delle forniture idriche nelle case di decine di beneventani, all’aumento delle telecamere in strada per spiare tutti…

Davanti a tutto ciò non possiamo restare immobili, non possiamo restare indifferenti.

L’invito ai Compagni, agli Amici, ai Solidali, agli Uomini e le Donne di cuore, come al solito, è a mantenere alta la guardia, organizzarsi, affiattarsi per sconfiggere la rassegnazione e far si che si lasci spazio alla rivolta.

Janara Squat e Gruppo Anarchico “Senza Patria”

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Perché siamo contro l’eolico?

Clicca qui e te ne rendi conto!

Non vogliamo che la nostra terra diventi un deserto di pale d’acciaio e altri veleni.

Nessuna energia è pulita se serve ad alimentare la macchina mortifera del capitalismo!

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Contro lo Stato, oggi come ieri

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Dalla stampa di regime

E’ notizia di oggi che gli appalti per la relizzazione della prima tratta dell’AV Napoli-Bari sono stati finalmete aggiudicati e a vincere la gara, neanche a dirlo, è stato un consorzio formato da Impregilo e Astaldi.

Forse ha vinto l’esperienza, visto che Impregilo era a capo del consorzio di ditte che tra la fine degli anni 90 e il 2009 ha devastato la valle del Mugello, costruendo l’unica linea Av che al momento attraversa l’appennino. Allora venero prosciugate centinaia di km di corsi d’acqua e decine di falde acquifere a causa delle gallerie, desertificato foreste e boschi che non si sono mai riprese, costringendo interi paesi a ricorrere alle cisterne per avere l’acqua in casa e distruggendo irrimediabilmente i paesaggi incontaminati di svariate montagne.

Una garanzia, pensando che tra la valle telesina e l’appennino irpino sono previsti più di 50 km di gallerie, tra cui il traforo di 23 km sotto Ariano Irpino.

Qualche giorno fa invece su alcuni giornali si leggeva dell’allarme lanciato dagli 007 sulle pericolosità eversive della lotta contro la Tav Napoli-Bari  (vedi qui).

A quanto pare i servizi segreti su questa lotta ci puntano più del sottoscritto, visto l’importanza che ripongono su questo fronte, e nel lanciare l’allarme ci confermano una cosa che fino ad’ora era solo una supposizione.

Leggendo la composizione delle varie conferenze dei servizi, fortemente presidiate da vari rappresentanti del corpo militari, avevamo immaginato la valenza strategica dal punto di vista militare per un’opera del genere: un corridoio diretto da est a ovest della penisola italiana, che può permettere di trasportare velocemente uomini e mezzi, all’interno di uno scenario bellico che necessita, per quanto riguarda la Nato, di spostarsi velocemente su più fronti all’interno del mediterraneo.

Ora la conferma arriva addirittura dal servizio di intelligence del governo, che involontariamente ribadisce inoltre come la lotta contro la realizzazione di questa linea dovrebbe interessare, non solo gli abitanti dei territori interessati, ma tutti gli antimilitaristi e i rivoluzionari, che vedono nella Nato e negli apparati militari degli stati membri, i nemici principali della libertà e della rivoluzione.

P.s. alcuni giorni fa era uscito su “Il Mattino” un’articolo che parlava della costituzione di un corpo speciale della Nato nella base di Lago Patria, dedicato all’intervento in situazioni di agitazioni sociali, eversione e insurrezioni, per eliminare alla radice le cause (i “capi” dicono loro) di tali fenomeni sociali. Così, giusto per restare in tema di Nato, corpi speciale e pennivendoli.

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E’ uscito il numero 2 di “Zone esterne”

Scarica, stampa, fotocopia e diffondi

 

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GLI ILLUSIONISTI DELLA POLITICA

Il seguente testo è estrapolato da un opuscolo scritto a seguito del disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile del 1986. Lo riportiamo, a distanza di 30 anni, perché, seppure parli al movimento di lotta contro il nucleare degli anni ’80, la critica all’istituzionalizzazione della lotta e al recupero politico attuato da una certa area della sinistra è più che mai attuale, soprattutto in seguito al referendum dello scorso 17 aprile e in vista del prossimo del 4 dicembre.

Critica radicale

Bisogna avere chiaro che lo scopo della nostra azione rivoluzionaria è quello di far prendere coscienza del fatto che non può esserci opposizione reale al di fuori dello scontro di classe. È proprio da questo conflitto che nasce l’esigenza di attuare una strategia di attacco contro tutte le strutture tecnologiche che ci dominano. Ciò sarà possibile sostenendo tutti quei processi di autorganizzazione sociale delle lotte e tutti quegli aspetti di vita autogestionaria legati alla pratica dell’azione diretta.

Per questi motivi abbiamo da sempre sostenuto la necessità della critica radicale contro tutti coloro che per non correre rischi, invitano i proletari a ripiegare le proprie istanze di lotta dentro gli ambiti dell’opposizione istituzionale. La delegittimazione, il pacifismo e la non violenza sono pratiche che servono ad alimentare il campo delle illusioni socialdemocratiche, le quali hanno il solo scopo di allargare il fronte dell’opposizione al nucleare su basi interclassiste e di collaborazione di classe con le istituzioni, a tutto detrimento dello sviluppo della lotta rivoluzionaria e delle potenzialità di rivolta degli sfruttati.

Gli illusionisti della politica

L’attuazione di un progetto di trasformazione globale dell’assetto societario, passa attraverso le ipotesi di lotta sovversiva che si situano fuori del quadro istituzionale e della logica mercantile del capitale. Diventa quindi logico andare contro chi propone referendum o altre consultazioni di tipo elettorale.

Costoro sono gli ultimi illusionisti della politica, i preti della democrazia, che vorrebbero, col nostro assenso, correggere superficialmente gli aspetti più brutali e violenti di questo sistema di dominio. In ultima analisi sono quelli che tendono a rivalutarlo e a conservarlo.

La loro esigenza conservativa li spinge a muoversi dentro il quadro delle contraddizioni istituzionali, per concorrere costruttivamente al loro sviluppo democratico. Così propongono ricerche di nuove tecnologie per lo sfruttamento di fonti alternative di energia non legate all’atomo. Il progetto ecologico di cui si fanno assertori – sia in generale che in dettaglio -, è plasmato sulla conservazione degli attuali rapporti di oppressione e sfruttamento.

Non a caso questi illusionisti della politica collaborano dal basso con le strutture periferiche del controllo statale, intrattenendo rapporti con tutte quelle forze politiche che in sostanza sostengono il piano energetico nazionale basato sul nucleare.

La prospettiva di classe

La lotta al nucleare va inserita dentro gli interessi più generali dei proletari, interessi socialmente antagonisti alla struttura di dominio.

Questi interessi sono gli obbiettivi da tenere presente in quanto non recuperabili dal potere e non la ricerca di obbiettivi legati al possibile sfruttamento di fonti alternative di energia dirette a sopperire alle esigenze energetiche della produzione dei consumi di massa.

Solo battendo questa strada si potrà fare in modo che le condizioni sociali create dalla lotta facciano uscire il movimento antinucleare dalle secche del militantismo politico e dall’attivismo costruttivistico in cui una grossa parte di esso si dibatte.

Lo Stato potrà anche parzialmente soddisfare la richiesta di dare inizio ad un piano energetico alternativo (energia estratta dal vento, dal sole, ecc.), quindi energia pulita, come vogliono gli ecologisti e i pacifisti. E tutto potrà anche essere presentato come una vittoria, ma non sarà altro che il documento delle debolezze e dei compromessi cui il movimento è giunto. Questo risultato dimostrerà l’estrema impotenza di arrivare ad uno sviluppo autonomo a prescindere dalle esigenze di ristrutturazione degli apparati del dominio e dimostrerà anche la miseria dei soggetti ancorati alla sopravvivenza e incapaci di pensare e promuovere diversamente l’azione sociale fuori dagli ambiti tracciati dal pensiero statuale dominante e fuori i modelli di economia sociale prodotti. Il risultato sarà una maggiore forza raggiunta da questi ultimi invece di una maggiore debolezza.

(tratto da Contro la tecnologia nucleare di Pierleone Porcu)

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Fa freddo: è tempo di lottare

Di seguito un volantino distribuito in questi giorni nella provincia di Benevento. È disponibile anche la versione di stampa per fotocopiarlo e diffonderlo come meglio si crede.

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Seditiones Manent (Le rivolte continuano)

Sulla recente operazione anti-terrorismo contro gli anarchici

Lo scorso 6 settembre la polizia effettua decine di perquisizioni domiciliari a carico di vari compagni anarchici in tutta Italia. Il pretesto è un’operazione anti-terrorismo denominata Scripta Manent finalizzata a sgominare la Federazione Anarchica Informale (F.A.I.), sigla con la quale sono stati rivendicati molti attacchi a personaggi e strutture del dominio capitalistico a partire dal 2003.

La F.A.I. non è un gruppo definito di individui, ma l’espressione di un progetto insurrezionale comune, che vede nell’attacco alle strutture ed ai rappresentanti del potere il fine dell’azione anarchica. Chiunque si organizzi per attaccare il sistema può esprimere la propria appartenenza a questo progetto attraverso comunicati in forma anonima, senza per questo dover avere contatti diretti con chi altro ha rivendicato le proprie azioni con la stessa firma, ne tanto meno averci una linea politica in comune, definita in assemblee, convegni, ecc.

Come abbiano fatto i magistrati e i questurini a ricostruire dietro a questa sigla un’organizzazione definita, con volti, nomi, ruoli, tanto da poter prefigurare il reato di 270 bis (associazione sovversiva finalizzata al terrorismo o all’eversione dell’ordine democratico) è infatti un mistero.

Tuttavia per 7 compagni è scattato l’arresto in carcere (2 dei quali si trovavano già in cella) con l’accusa di appartenere alla F.A.I., mentre per un ottavo l’arresto è scattato perché trovato in possesso di materiale “esplodente” presso la propria abitazione. Secondo l’accusa gli indagati gestiscono un blog, Croce Nera Anarchica, che esprimerebbe apertamente posizioni molto simili a quelle espresse nei vari comunicati di rivendicazione di attacchi incendiari a firma F.A.I., oltre a praticare forma di solidarietà nei confronti di detenuti anarchici che hanno rivendicato la propria appartenenza alla F.A.I., come i detenuti greci delle Cospirazione delle Cellule di Fuoco, o come Alfredo Cospito e Nicola Gai, anch’essi inclusi tra gli arrestati della stessa operazione, detenuti in Alta Sorveglianza a Ferrara per la gambizzazione dell’A.D. di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, avvenuta nel 2012.

In quanto al materiale esplodente trovato, questo è costituito da batterie, cavi elettrici, mini ciccioli e tutto quello che la fantasia possa suggerire come idoneo a fabbricare una bomba!

In poche parole, come al solito, sbirri e magistrati non hanno in mano niente!

E non è la prima volta d’altronde che lo stato italiano sbatte in carcere compagni anarchici sulla base del nulla. Di queste associazioni sovversive, associazioni a delinquere finalizzate all’eversione, ecc. negli ultimi anni ne abbiamo viste di tutti i colori: già ci sono state altre operazioni contro la F.A.I. negli scorsi anni, ma altre anche contro gruppi di anarchici locali, e tutte sono cadute nel nulla per insufficienza di prove; alcuni compagni in questa ultima operazione sono addirittura stati accusati di reati per i quali sono già stati processati ed assolti in passato.

Per questo non c’è nulla da stupirsi di fronte all’ennesimo inutile tentativo dello stato italiano di eliminare la sovversione anarchica da questo paese. Non sarà questa, ne altre e future operazioni repressive ad estirpare il germe della rivolta dalla storia. Nè basteranno i “trattamenti speciali” riservati ai compagni in galera (isolamento, 20 minuti d’aria al giorno, blindo chiuso tutto il giorno, ecc.) a piegare la voglia di libertà che li ha portati a lottare.

Possono provarci quanto vogliono, ma il mondo che magistrati e poliziotti difendono, il mondo che politici e padroni gestiscono, è un mondo basato sull’ingiustizia, un mondo dove la maggior parte quotidianamente subisce soprusi e angherie per i privilegi dei pochi.

È vero che il mondo che conosciamo è sempre andato così, ma da quando esiste la storia il popolo ad un certo punto si è sempre ribellato. Sono cambiati regimi, forme politiche di amministrazioni dello stato, sistemi economici; la rivolta invece è sempre rimasta una costante dell’umanità, l’unica medicina senza tempo a qualsiasi nefandezza del potere.

Che futuro si immaginano i signori della democrazia, i padroni di oggi, dopo che hanno avvelenato terra, aria e acqua, dopo che hanno spolpato all’osso popolazioni e territori, dopo che hanno bombardato mezzo mondo e riempito di cemento e asfalto l’altra metà?

L’incubo della rivolta è il loro sogno più ricorrente. Attaccano gli anarchici nella speranza di eliminare il seme della libertà dalla mente dei loro sudditi, ma non avranno mai successo in questa impresa.

Che siano gli anarchici o altri sfruttati a far saltare in aria questo mondo di ipocrisie e di soprusi poco importa, di sicuro resta il fatto che questo giocattolino chiamato società, che i signori delle banche, dei manganelli e dei palazzi di potere cercano in tutti i modi di fare andare avanti per continuare a guadagnare e mangiare alle spalle della gente, è destinato a esplodergli tra le mani.

E allora vedremo chi e cosa rimane!

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Chi adda fa sta rivoluzione?

Chiacchiere da bar, pour parlè. Anch’io sono un soggetto al quale piace chiacchierare. Parlare, con amici o con gente appena conosciuta, davanti ad una birra o mentre si fuma una sigaretta, di soluzioni ai problemi generali della vita, di rivoluzione, di massimi sistemi. Ultimamente trovo frequentemente altre persone che condividono con me questa voglia di confrontarsi, a parole, di desideri o esigenze rivoluzionarie e allora sempre più spesso mi lascio andare alla deriva della discussione. Quasi tutti invocano un risveglio delle coscienze nella popolazione o una strage di politici e padroni (meglio ancora quando tutte e due insieme). Come non augurarselo d’altronde? Chi ci governa non fa altro che spolpare fino all’osso ciò che resta del nostro pianeta e delle nostre vite; le prospettive che abbiamo, se continuano a persistere gli attuali livello di consumo, le politiche mondiali e la produzione di armamenti, vanno dall’apocalisse nucleare alla carestia generalizzata; la storia ci ha ormai dimostrato che chiunque vada al potere, anche se armato delle migliori intenzioni, alla fine si sottomette alle logiche del mercato e del controllo poliziesco. Solo chi si ostina a credere alle favole ideologiche, e purtroppo sono parecchi, non vede la necessità di distruggere qualsiasi forma di dominio dell’uomo sull’uomo per passare ad una società autogestita e libertaria. Alla fine quasi tutti convengono sulla necessità rivoluzionaria. Ma dopo chiacchiere e supposizioni, diverbi e riflessioni, il punto in cui il discorso si arena è sempre lo stesso. Si deve fare la rivoluzione, ma chi inizia? Chi scaglia la prima pietra?

A me la risposta appare molto semplice: io! Non vedo altra risposta che possiamo darci quando nella nostra testa balena questa domanda. Purtroppo spesso rispondere così provoca nell’altro una reazione di immediata repulsione, come se quest’affermazione tradisse la mia spavalderia e la mia sbruffonagine. “E si mo si arrivato tu e ‘bbuò fa a rivoluzione! Che ‘bbuo fa a sulo, finisci sulo ‘ngalera”. Eppure pensateci bene. Chi altri dovrebbe cominciare? Forse quello che milita in ambienti di lotta da oltre 20 anni, che può avere più strumenti di me per passare all’azione e più saggezza per prendere le giuste decisioni? Forse quella che ha studiato, è laureata in Scienze Politiche, ha fatto un dottorato all’estero, ecc. che ha certamente più chiaro il quadro politico per indirizzare meglio il tipo di intervento? Forse quell’altro che ha fatto il militare, che ha un po’ più di conoscenze di strategia e di uso delle armi (anche se avrà sicuramente la segatura al posto del cervello), e che saprà sicuramente meglio di me come agire nel momento decisivo, visto che le rivoluzioni non si fanno solo con le chiacchiere? Forse questa gente è più competente di me in settori o mansioni specifiche, ma pensare che debba partire qualcuno di questi, e poi seguirlo, per fare la rivoluzione, aspettare un capo popolo che aizzi e trascini le folle, per prendere le armi in mano (metaforicamente parlando!), vuole dire partire proprio con il piede sbagliato.

Le dinamiche di potere sono senza dubbio le principali criticità che ci hanno condotto alle condizioni miserabili in cui viviamo oggi. Una rivoluzione, per essere veramente risolutiva, deve distruggere il potere fino alla radice, altrimenti, il potere si rigenererà sotto una nuova veste, spesso più violenta e spietata di quella precedente, come ci dimostrano le rivoluzioni del secolo scorso. La base del potere sta proprio nell’individuo che pone nelle mani dell’altro il proprio potere decisionale, affidando a lui il compito di prendere le scelte al posto nostro. Finché permarrà questo meccanismo di delega, non penso sia possibile nessuna rivoluzione degna di questo nome, nessuna liberazione umana e nessun trionfo della giustizia sociale. Finché penseremo che altri possano avere il potere di prendere decisioni al posto nostro, solo perché più bravi o competenti su una questione che ci interessa, troveremo sempre persone più brave e competenti alle quali sottomettere le nostre idee e le nostre volontà.

Il fatto è questo, se siamo persuasi della necessità della rivoluzione, non possiamo che attivarci in prima persona in tal senso. Come qualsiasi cosa nella vita, quando vogliamo una cosa dobbiamo organizzarci partendo da noi per ottenerla. Ci mancano degli strumenti? Dobbiamo procurarceli. Le condizioni non sono le migliori? Dobbiamo lavorare per fare in modo che diventino il più congeniali possibili ai nostri scopi. Non siamo all’altezza di fare questo o quest’altro? Dobbiamo lavorare su noi stessi. Il cervello studia e ragiona meglio, il corpo si allena e lavora meglio, le mani apprendono nuove tecniche, si può imparare a parlare bene, a scrivere meglio, anche gli occhi, con il giusto esercizio, imparano a guardare cose che prima non vedevamo.

Fin quando aspetteremo che altri prendano il via, che altri ci indichino la giusta strada, non ci sarà nessun domani per la rivoluzione che portiamo nei nostri cuori e che desideriamo nelle nostre menti. Allo stesso modo, se non siamo in grado di guardare dentro di noi e capire da soli dove sbagliamo e dove correggerci, quali catene morali ci tengono legati al vecchio mondo (la non violenza, l’esistenza del bene e del male, il rispetto dell’autorità, ad esempio) e quali paure inculcate dal retaggio culturale ci limitano nell’azione (la galera, le botte della polizia, il parere delle persone, ad esempio), siamo di nuovo dipendenti dal maestrino di turno o dal compagno più esperto, che sappia darci i giusti consigli o le giuste punizioni. Non solo la sottomissione dell’altro, ma anche la dipendenza dall’altro genera e giustifica il potere. L’indipendenza individuale e la collaborazione con altri individui indipendenti, genera invece l’anarchia. La vera rivoluzione, per concludere con una banalità che sento dire da chiunque, parte davvero da sé stessi. Se ognuno iniziasse ad organizzarsi veramente per i fatti suoi, per i propri desideri e per i propri bisogni, questo sistema finirebbe dall’oggi al domani. Tutto sta nella determinazione che abbiamo di portare avanti la nostra lotta, anche quando l’intero mondo sembra esserci contro. Tutto sta nell’iniziare a dotarsi di ciò che è necessario per la nostra idea e per il nostro progetto. E jamm’!

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